L’Italia rapita (tragicommedia in tre atti)
La democrazia è una cosa troppo importante, perfino in Italia, per pensare che possa essere messa a repentaglio dal decreto arrangiato di una maggioranza pasticciona in fatto di liste elettorali, controfirmato con molte buone ragioni sostanzialiste dalla presidenza della Repubblica e già smentito da una sentenza del Tar. Talmente importante, la democrazia, da restare indifferente anche alla dismisura con la quale la prima commissione del Csm allarma la cittadinanza sulle intemperanze verbali di un presidente del Consiglio esulcerato dalla propria battaglia quindicennale con la corporazione dei togati.
9 AGO 20

La democrazia è una cosa troppo importante, perfino in Italia, per pensare che possa essere messa a repentaglio dal decreto arrangiato di una maggioranza pasticciona in fatto di liste elettorali, controfirmato con molte buone ragioni sostanzialiste dalla presidenza della Repubblica e già smentito da una sentenza del Tar. Talmente importante, la democrazia, da restare indifferente anche alla dismisura con la quale la prima commissione del Csm allarma la cittadinanza sulle intemperanze verbali di un presidente del Consiglio esulcerato dalla propria battaglia quindicennale con la corporazione dei togati. Ma sopra tutto i poteri e gli equilibri dello Stato non hanno alcun bisogno di chi, con il piglio zelota dei franceschini e degli altri dipietristi di complemento, si è pretestuosamente avocato la funzione di guardiano della democrazia. Il che, ovvio, vale a maggior ragione per gli strepiti di piazza del così detto popolo viola, moltitudine eccitata dal sentore d’una rivolta di cui al massimo potrà rivelarsi massa di manovra strumentale.
Ciò detto, è innegabile l’alto tasso di confusione stagnante sulla cosa pubblica. Ma è una nebbia nella quale confluiscono tanto l’impazzimento generalizzato del ceto politico quanto il fumo costituzionale prodotto dai togati di ogni ordine e grado, oggi trasformati in costituzionalisti oppure ancora giudicanti, protagonisti indiscussi di una controversia lunatica che potrebbe concludersi, male che vada, con il rinvio o l’annullamento delle elezioni nel Lazio. Ma certo difficilmente con un colpo di Stato. Stupisce, e non in positivo, che a questa mascherata fuori tempo massimo contribuiscano pure due emeriti del Quirinale come Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, forse troppo impegnati ad accusare di diciannovismo la carovana del Cav. per sospettare che così offrono del presidente Napolitano un sottaciuto ritratto di tremulo pallore. Dopotutto la circostanza non era grave come sta diventando a forza di smerciarla in piazza come tale. Né serviva chissà quale visione strategica per mettere su, tra maggioranza e opposizione, non già una bicamerale per riformare la Costituzione e ridisegnare – stavolta sì – gli equilibri repubblicani, ma un semplice patto di gentilhommerie tra duellanti, uno dei quali (più forte e meno furbo) ha dimenticato il fioretto a casa e ha chiesto venia al giudice di gara.